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Scritto da Valentina Picciau
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Lunedì 30 Aprile 2012 00:00 |
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In questo caos dovevo riempirmi di immagini, di suoni, di allegorie. Di storie. Il silenzio a volte mi trapanava il corpo, lo perforava fino a quando esangue cadeva la sera. Tra il viola delle pareti. Tra la cattiveria subdola della solitudine. Ora erano finiti i giorni, era finito il tempo. Era finito tutto. Tutto aveva perso forma. Colore. Restava solo un contorno di astratto. Che riconoscevo a stento tra i miei desideri e la realtà. E capitava sempre, quando alla sera, finita la messa in scena, mi rintanavo nei camerini bui e desolati della mia mente. Lì non c’era nessuno. Ma in qualche modo, in qualche istante nonostante tutto, lui riusciva ad arrivare, a intrufolarsi tra i miei pensieri attraverso grappoli di inspiegabilità. E per me era importante sapere che dall’altra parte del mondo ci fosse una vita, un’anima, che resisteva a dispetto del resto. R-esisteva. Come me.
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No more drugs stories basta please veramente (appunti di un pusher che non ti aspettavi) |
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Scritto da Filippo Balestra
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Mercoledì 25 Gennaio 2012 00:00 |
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Sono uno dei migliori amici di Gino, l’ultima volta mi ha chiesto di dargli 5 euro dicendo che me ne avrebbe riportati dieci e allora io gli ho venduto 5 euro di droga. Mi deve ancora dieci ma è passata solo una settimana. Tra una settimana quei 10 diventano 15 euro, spero l’abbia capito. Il problema è che non gli scende più l'effetto della droga, è ancora drogato dalla droga che gli ho venduto io. È molto buona. È un tipo di droga che ti fa sentire felice. Fa stare bene.
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un pollo vivo dalla fiera |
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Scritto da Gaia Tarini
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Venerdì 04 Novembre 2011 00:00 |
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M. ha portato a casa un pollo dalla fiera. Ha ancora un cordino attorno al collo come un guinzaglio e se ne sta nella vasca da bagno, mi guarda perplesso. Per un po’ rimango in piedi a fare pipì e non mi accorgo del suo sguardo, finché non fa un frullare di ali brevissimo, quasi impercettibile, e mi si interrompe il getto a metà.
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Scritto da Donald Barthelme
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Martedì 13 Settembre 2011 00:00 |
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La prima cosa che feci fu un errore. Pensai di aver compreso il capitalismo, ma quello che avevo fatto era stato assumere un atteggiamento -- malinconica tristezza -- nei suoi confronti. Questo atteggiamento non era giusto. Per fortuna in quel momento arrivò la tua lettera. “Caro Rupert, ti amo ogni giorno di più. Tu sei il mondo, sei la vita. Ti amo ti adoro sono pazza di te. Con amore, Martha." Leggendo fra le righe, compresi la tua critica del mio atteggiamento verso il capitalismo.
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I brividi dovuti al rumore di una bottiglia di plastica vuota che cade da un’altezza di quattro metri circa |
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Scritto da Decimo Cirenaica
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Mercoledì 03 Agosto 2011 00:00 |
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Caro D___, dopo aver letto il primo romanzo gli scrissi una lettera; era ottobre e mio padre usciva in giardino per annaffiare le piante in bermuda e maglietta. Nella lettera – ovviamente mai spedita – non parlavo del suo libro. Sogno. Detective. Tartaruga.
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Scritto da Gianni Usai
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Mercoledì 20 Luglio 2011 00:00 |
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Credevo che tutto sarebbe venuto da sé, che le cose avrebbero preso il loro corso naturale, col tempo. Poi il matrimonio, pensai potesse essere questa la soluzione. Invece non bastava, non era sufficiente per tenermi lontano dalle distrazioni. Il passo successivo fu un figlio. Dovresti vederla, Giulia è bellissima, ha due anni.
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La pelle dell’aglio [parte terza] |
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Scritto da Darío Polonara
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Martedì 10 Maggio 2011 00:00 |
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Quando il sole iniziò a filtrare nella capanna mi alzai senza far rumore. Uscii, mi accertai che non ci fosse movimento in casa, montai a cavallo e procedetti al galoppo, come un automa o un robot che ha ricevuto un ordine impossibile da ignorare. Arrivai a destinazione, presi il binocolo e misi a fuoco i cani. Erano ancora vivi, tutti e tre, e credo che quella fu la scintilla finale. Mi mancano le parole per descrivere l'espressione di quegli animali, devastati in maniera così incomprensibile. Non esiste alcuna cultura né usanza in base alla quale si possa accettare. Scesi dal cavallo e lo legai a un palo della luce. Camminai un po’ e trovai un luogo nascosto dal quale potevo osservare più chiaramente i movimenti all’interno della casa.
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Requisitoria immaginaria del toro Islero |
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Scritto da Dario Falconi
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Mercoledì 20 Aprile 2011 00:00 |
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Vostro Onore, La ringrazio d'avermi concesso questa estrema opportunità di difesa e anche d'aver compreso che è solo una finzione narrativa che permette oggi, in una sede così prestigiosa come il tribunale di Madrid, a un toro di prendere la parola. A lusingare ulteriormente la sua disponibilità visionaria si aggiunga l'evidenza che io, Islero, sarei già morto.
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La pelle dell’aglio [parte seconda] |
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Scritto da Darío Polonara
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Lunedì 18 Aprile 2011 00:00 |
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Quando decisi di tornare a casa, tirai fuori il binocolo e lasciai avanzare il cavallo da solo, mentre osservavo il paesaggio. Andava tutto bene, finché a un certo punto notai qualcosa di strano in lontananza, vicino ad una casa che si trovava a circa trecento metri dalla mia posizione. Frenai il cavallo, esitai brevemente, e poi mi avvicinai lentamente alla recinzione che delimitava la casa, e guardai nuovamente con il binocolo. Provai un terrore istantaneo, che credetti capace di annientarmi.
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Espiazione – Battelground [V] |
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Scritto da Dogon
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Venerdì 08 Aprile 2011 00:00 |
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Buona è certo la via dei sensi, da essa solo passa la vita, da essa solo e grazie a essa solo vi sono avvenimenti che ci investono e fanno le nostre giornate sorprendenti e inattese. Vivere non è ovvio, mia cara. C’è anche un gran soffrire al colmo della gioia. Un sentimento di voler andarsene per sempre, come capitasse una coincidenza d’orari alla stazione, e saliti su un treno che deraglia consumare un biglietto di sola andata. Non più rivenire al corpo. Come delle animelle esplose. Partite, per sempre, al massimo lasciando un traccia col rosa d’un rossetto ad uno specchio inviso, un messaggio in codice: LEI S’ADONA ALL’ESTASI PER APPROFONDIRE ARGOMENTI.
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La pelle dell’aglio [parte prima] |
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Scritto da Darío Polonara
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Mercoledì 06 Aprile 2011 00:00 |
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È necessario premettere che un tempo ero un uomo di pace innata. In generale odiavo più di quanto amassi, questo sì, come tutte le persone, ma mai in vita mia avevo picchiato né ero stato picchiato da qualcuno. Da bambino mi ero reso conto che la violenza fisica non faceva per me, pensavo che fosse assurdo ferire o essere ferito, che non ci fosse alcun conflitto che non si potesse risolvere a parole. Ad esempio, che senso aveva dare uno schiaffo ad un bambino perché pensava e diceva che ero un idiota, se in ogni caso avrebbe continuato a pensarlo e a dirlo?
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Scritto da Jacopo Cirillo
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Lunedì 04 Aprile 2011 00:00 |
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Il piccolo Évariste, nel 1820, era un bambino solitario e problematico. Tutti lo prendevano in giro perché il suo cognome si pronunciava come la marca di sigarette. Hei Évariste, ce l’hai una paglia? Ahahahahahaa! - lo schernivano. Hei Évariste, fabbricami una sigaretta, ahhahaha! – lo irridevano, basandosi sul fatto che al tempo si prendeva il tabacco e le cartine e si fabbricavano le sigarette da soli. Allora i giovani dicevano “fabbricare” invece di “fare su”.
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Scritto da Marta Casarini
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Mercoledì 23 Marzo 2011 00:00 |
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La prima cosa che chiedi è il peggio. La linea di demarcazione tra quello che puoi aspettarti e ciò a cui non puoi scampare. Il mio peggio è stato: "forse te le dobbiamo togliere tutte e due". Accanto a me è arrivata Sadia, che si teneva la pancia, ha chiesto un catino e poi ha vomitato. L'hanno portata su presto, su nella sala del peggio, e dopo due giorni stringeva tra le mani un Tupperware pieno di polpettine fritte, che sapeva di capelli dopo una serata fuori. Le prendeva una a una, stringendole tra le dita un momento, appiattendole tra i polpastrelli dando a ognuna una forma di mondo, prima di annusarle un po' e masticarle piano, come si colgono farfalle.
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Scritto da Francesco Locane
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Giovedì 03 Marzo 2011 00:00 |
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Non so esattamente dove sia il reparto di ostetricia dell’Ospedale Civile di Gorizia, ma posso dire con buona approssimazione di essere nato a qualche decina di metri dal confine con la Slovenia, dodici anni e un paio di settimane prima che si potesse parlare di un confine tra Italia e Slovenia. Quando sono nato io c’era la Yugoslavia. Una presenza strana, alla fine degli anni ’70, un nemico con cui era possibile parlare, dal quale andare a comprare scarpe da ginnastica di marca spendendo poco, dove pranzare bene a un buon prezzo, sorridendo – a volte con scherno – ogni volta che si cambiavano le lire in dinari: da un giorno all’altro aumentavano gli zeri, che crescevano come funghi dopo la pioggia, gli stessi funghi che si andavano a raccogliere di là, perché di qua non si poteva.
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Marching to the killing rhythm |
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Scritto da Marco Mazzucchelli
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Mercoledì 23 Febbraio 2011 00:00 |
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Una sgradevole sensazione, come se fossi stato narcotizzato, trasportato e lasciato a smaltire l’ineluttabile nevrosi sui sedili posteriori di un auto. Aprire gli occhi, mettere a fuoco lentamente il buio e i lampioni del parcheggio deserto, soffermarmi sulle gocce di pioggia sul finestrino appannato e unto. Socchiudere la portiera, calare le gambe fuori nel fresco della notte. Ritornare bipede e camminare come dopo anni. Mi sto alzando da un divano di pelle in questo modo e un nuvolo di domande arriva a bussare insistente dietro la mia fronte. Sono in quella fase dove non riesco ancora a capire dove mi trovo.
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Scritto da Chiara Reali
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Venerdì 11 Febbraio 2011 00:00 |
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Lui continuava a uscire ogni mattina ma tornava più tardi o non tornava per giorni o per settimane e quando tornava era un’apparizione e aveva un odore diverso. Lei lo accompagnava – lui, che era sempre andato ovunque da solo – e ripeteva, Va tutto bene, anche quando nessuno le aveva chiesto: Come vanno le cose?
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Quel che resta della notte |
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Scritto da Gianni Usai
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Mercoledì 24 Novembre 2010 00:00 |
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Conosce questo posto. Gli alberi radi piegati ad assecondare la direzione del vento, le rocce calcaree consumate dalla pioggia. Già visto, come la salita lenta ma inesorabile verso la torre che domina il mare. Giù, ottanta metri più in basso, dove le onde si infrangono sugli scogli producendo quel rumore costante, anche quello già udito. È lì, sente di sapere dove si trova, ma non sarebbe in grado di dare un nome a quel luogo dove la luna ferisce la notte rischiarandola della sua luce bianca, spettrale.
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Scritto da Gianluca Morozzi
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Venerdì 29 Ottobre 2010 00:00 |
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Popolo di Igea Marina, un caro saluto a tutti voi. Basta applausi, basta applausi, vi prego. Mi fate arrossire. Sono solo un umile scrittore, in fondo. Diventato ricchissimo grazie ai suoi libri, sì, ma non per questo meno umile. Sedetevi, vi prego. Sapete? Io sono nato a cento chilometri da qui, in una città chiamata Bologna, ma a Igea sono legati i miei ricordi più felici. Dal settantadue in poi, ogni ultimo sabato di giugno, la mia famiglia arrivava in carovana all’hotel Gardenia per tre lunghe settimane di villeggiatura. Ah, quanti ricordi di quelle vacanze! L’uomo del Coccobello! La motonave Andrea Doria! La bandiera rossa, quando il mare era mosso e non si poteva fare il bagno! E i miei primi amichetti, naturalmente.
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Scritto da Rick Stoeckel
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Giovedì 14 Ottobre 2010 00:00 |
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Possiedo un bar, arredato con poltrone dai cuscini spessi, dove clienti barcollanti entrano a prendersi una tazza di tè e se ne vanno con gli occhi luminosi e grati per il resto del giorno. Indosso un grazioso grembiule albicocca, e i clienti abituali mi chiamano Isa, mentre mi lasciano di mancia banconote piegate in mucchi spessi.
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Scritto da Federico Pucci
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Mercoledì 06 Ottobre 2010 00:00 |
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Il piccolo chimico si chiama Sansone Valobra. Come il cane Sansone, come Sansone quello dei capelli che danno la forza, archetipo biblico del rastafariano più sciatto. Sansone Valobra è un piccolo ebreo cuneese che negli anni venti di due secoli fa infila un cappuccio di fosforo sopra un pezzetto di legno e lo chiama fiammifero. Prima il fuoco si accendeva con l’acciarino, acciaio più pietra focaia uguale scintille, un sistema scomodo per accendersi le sigarette, diciamo ingombrante. L’acciarino è l’ancien régime dei metodi di combustione portatile: ti serve una borsa, per portarlo, e pesa.
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Scritto da Elena Marinelli
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Venerdì 06 Agosto 2010 00:00 |
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Gratto l’asfalto col piede. Le mie scarpe sono consumate; sono quelle con cui vado a lavorare tutti i giorni, d’altronde. Lo gratto e guardo intorno se arrivi. Sei in ritardo e non è affatto strano. Ma le margherite che ho in mano si stanno afflosciando.
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Scalzi e con gli occhi ridenti |
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Scritto da Ilaria Demurtas
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Mercoledì 21 Luglio 2010 00:00 |
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Sono le nove. Corro via per imbarcarmi. Ti cerco con gli occhi. Dove sei. Mi hai chiamata in albergo: “Vengo da te”, queste son state le tue parole. Tremo e il caldo soffoca. M’incanto; il mare riflette colori smorti, lordi, torbidi che si fondono al bianco del traghetto. E vedo una passerella sul mare. Salgo. Ti troverò lassù ad aspettarmi. Sento l’odore della nave. Di cosa sanno le navi? Di un viaggio a Genova, quando avevo un anno, insieme ai miei genitori. Conservo una foto: sono seduta in un letto. Non guardo l’obiettivo, ho tra le mani un profumo. Il mio sguardo è rivolto a destra, la bocca aperta, gli occhi grandi sgranati, le guance colorate da due rossetti, i capelli lisci a caschetto, la frangia.
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Con gli occhi sul soffitto |
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Scritto da Mattea Rolfo
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Mercoledì 07 Luglio 2010 00:00 |
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Si aggirava per la cucina, cercando nei cassetti qualcosa da sgranocchiare. Avrebbe addentato anche il sottopentola di legno a forma di grappolo d’uva, ma solo nel caso in cui non ci fosse stato proprio niente di commestibile, se non altro per spaccarcisi su i denti e provare un qualche dolore che lo distogliesse dal vuoto che aveva nello stomaco. Invece trovò un pezzo di pane, e in frigo un tozzo di pecorino con una crosta spessa e dura. Il formaggio era una pietra spessa e dura come spessa e dura era la crosta, e come una pietra di montagna indossava un’aureola di muffa, verde e rigogliosa. Raschiò nervosamente tutta quella vegetazione abusiva, quindi attaccò la crosta.
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|
Scritto da Francesca Panzacchi
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Mercoledì 23 Giugno 2010 00:00 |
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Stamattina diluvia e la corriera sarà certamente in ritardo. Forse ci accompagnerà il padre di Marta. Una piccola fitta mi punge lo stomaco. Sorrido. Conosco appena suo padre, perché ha vissuto all’estero per quasi sei anni. È un bell’uomo, ricercato nei modi e nell’abbigliamento. Ho sempre invidiato la sua libertà. Lui è andato via, io sono rimasta. Quando apro il portone la macchina mi attende a motore spento. Marta come al solito si è seduta dietro, mi parla ma io non la seguo, la mia testa è altrove. Studio i movimenti di suo padre, il modo in cui fa scivolare la mano sul cambio sfiorandomi il ginocchio.
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Scritto da Elisabetta Liguori
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Mercoledì 09 Giugno 2010 00:00 |
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Arriva da me ansimando, mi sorride pallida, mi parla lentamente. Chiacchiera di qualcosa. Da ultimo ha preso a raccontarmi del nuovo giardiniere. Dice che è un bravo uomo. Che è gentile con lei. Io l’ascolto con gli occhi. E’ facile per lei raccontare le cose, perché Anna è una donna buona e tutto è più facile per le persone di buona indole. Prima di Anna c’era stata una polacca.
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