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Farfalicchi PDF Stampa E-mail
Scritto da Fabrizio Gabrielli   
Mercoledì 06 Luglio 2011 00:00


Peppino Campo, il figlio del tonnarota Gaetano, a mia mi vuole bene.
Me l’ha detto una sera profumata di finocchio selvatico, mentre il sole se lo inghiottiva la sagoma di Punta Troia laggiù, a ponente, ed il vento ci spargeva il sale nei capelli.
“Che ci vedranno gli occhi didentro alle donne, che sono solo preoccupazioni?”, ha borbottato prima di baciarmi. Io mi sono facilmente abbandonata a quell’abbraccio che racchiude il sapore del pesce e del sangue, delle notti interminabili quando il mare è grosso e non puoi uscire a pesca, degli amori che non vuoi per non sentirne la mancanza quando poi, invece, il mare è buono ed il peschereccio, una volta armato, qualcuno dovrà pure portarlo al largo…
Era un luglio caldo come il tufo delle cave di Sant’Anna se lo tocchi a mezzogiorno, intrufolandoti tra i maestranti che si spezzano la schiena giù di piccone. A sentirli parlare, gli spaccapietre fanno progetti sui giorni lontani in cui smetteranno di sgretolare a colpi di sudore le pareti tufacee.
Nessuno vuole ammazzarsi alle cave per tutta la vita.
Neanche Peppino vuole fare il tonnarota per sempre. Gli piace pescare, che sia con la tonnara o che si salpi il cianciòlo dalle maglie strette. E non lo fastidia nemmeno tirar su qualche pescebestino. Si diverte come un matto a insozzarsi con la morte liquida di quei pesci che sono il Diavolo.
E poi, mica ti puoi liberare dal tuo destino. Ai piedi della fortezza di Monte Santa Caterina, tutti o quasi sono pescatori. Gli altri sono figli, nipoti, parenti, mogli, cognate di pescatori.
Peppino, all’alba, esce sulla varcalonga con altri picciottazzi come lui. Passa giorni interi a largo di Punta Tramontana, a calar le reti e muoversi al ritmo antico del mare, uguale da sempre. Da lontano, però, gli basta scorgere i comignoli dello stabilimento per immaginarsi già il momento in cui attraccherà di nuovo in porto per stare con me. Me lo sussurra mentre ce ne stiamo sdraiati all’ombra di un covone di fieno, e solo il Preveto ce ne è testimone.
Mia madre, quando mi vede pensierosa, mi dice di lasciarlo stare, quel Peppino, che sta con mia solo per farsi i comodi suoi e manìar le minnozze.
Io lo so che non è così, che Peppino, a mia, mi vuole bene.
“Vedrai che prima o poi questo mare qua ce lo scordiamo”, mi ripete sempre. Qualche miglia più in là c’è Trapani, Peppino dice che mi porterà in continente e apriremo bottega da rigattieri, si faranno affari d’oro e alla domenica potremo andare alla Messa e poi passeggiare, agghindata come la statua della Madonna del Rosario che portiamo a benedire il mare ad ottobre. Lui, sull’isola grossa, c’è stato per la prima volta l’anno scorso, e gli è bastato per capire che il futuro è là. C’è arrivato a remi, sulla costa, col padre e i fratelli, a vendere il pescato. Lo hanno accolto dandogli da mangiare, ha girato per le vie che sfuggono dal porto e ha sentito racconti di Palermo, di palazzi suntuosi, assaggiato la dolcezza della frutta di Martorana e delle granite, prima di tornare a dormire sulla varcalonga, uno stretto con l’altro, a farsi cullare dalle onde.
Però c’è da pazientare un po’, che c’è la guerra.
Se non fosse per il rombo assordante degli aerei che passano sull’isola diretti in Tripolitania, o per le sagome delle navi militari al largo, noi sull’isola non ce ne saremmo nemmeno accorti, della guerra.
I pescatori ed i loro figli, nipoti, parenti, mogli, cognate tirano avanti come se nulla fosse, spinti per inerzia dai venti caldi, che se non è scirocco è libeccio e se non è libeccio è mezzojurnazzo.
Anche questa guerra, prima o poi, dovrà finire.
Mi piacerebbe tanto, e a Peppino ce l’ho detto, che non uscisse in mare, mai più. M’è venuta la paura, e ogni volta che vedo la varcalonga allontanarsi lenta dentro di me prego San Giorgio che me lo faccia tornare sano e salvo, il mio Peppino. Tremo come una foglia di gelso spazzata dal maestrale perché a largo le navi sono sempre di più, e quelli non sono i farfalicchi dei giorni di bonaccia, che pure se la paranza è piccola te la fanno vedere grossa come il vaporetto che salpa la mattina. Sono veri mostri di ferro e fuoco, maledetti loro, mica allucinazioni, mica visioni. Sparano colpi che sembrano i tamburi d’acqua della Bombarda quando le libecciate le gonfiano il grembo.
Di notte vedo il cielo illuminarsi di lingue di fuoco, i riflessi scintillanti brillare sulle onde insicure, come i giochi d’artificio per la festa della Madonna di Trapani.
C’è la guerra e Peppino non se la sente di sposarsi.
“E se poi mi fanno militare, mi tocca partire e non torno più?”.
Così mi spaventa e mi tiene a bada, insieme. Mando giù bocconi amari come la cicuta quando mi dice queste parole, Peppino, io che accendo i ceri San Giorgio e spillo le banconote sulla statua caracollante della Vergine Santissima quando esce in processione, pateravegloria cosicché ogni battuta di pesca me lo restituisca vivo e ancora innamorato… Io che tremo al solo pensiero che parta e non torni più.
L’altro giorno hanno ripescato un mericano. “È così che ti conciano le bombe”, dicevano gli anziani, e tutti facevano a gara per caricarselo in spalla e portarlo a medicamento, i picciottazzi si pestavano i piedi per vederlo e le donne si battevano il petto in ansia per i figli usciti in barca mentre da lontano tuonava e si vedevano colonne di fumo altissime. Che magari quel marinaio biondo tutto ustionato, quando aveva salutato la ragazzina sua in America, le aveva detto che “Vedrai che prima o poi questo mare americano ce lo scordiamo”, e forse avevano pensato ai giorni lontani in cui non sarebbe dovuto più salire su una nave per fare la guerra alla gente dall’altra parte del mondo.
Chissà se quell’americano l’aveva mai assaggiata, la frutta di Martorana… E se la zita sua ce la portava, poi, a fare un viaggio dopo sposati…
“Peppino mio, non uscire oggi, che ho un brutto presentimento”, gli ho detto quel giorno. “Dai che è l’ultimo viaggio col cianciòlo, te lo giuro”, mi ha risposto. “Poi, quando torno, andiamo da Don Salvo che ci sposa. E ti porto sull’isola grande”.
Quattro settimane sono passate, mai è ritornato.
Un boato, e la terra ha tremato in un sussulto, ed è stato come se avesse voluto inghiottire tutto il mare attorno a lei, e quello che nel mare c’era, le piante, le rocce, i pescibestini, le barche. Peppino mio.
Le donne, tutte le mattine, si infilano tra l’odore di rosamarina e quello di timo per scendere a Punta Tramontana, con la mano sugli occhi a schermarsi dal sole, a cercare con lo sguardo la paranza chi del figlio, chi del marito, chi del padre. A volte le avvistano, in lontananza. “No, no, u’ farfalicchio fu”.
Io, nemmeno ai farfalicchi credo più. Sento solo, annaspando col cuore pesante, che forse non vedrò mai Palermo.
Ed è un sapore amaro, come di salsedine e sangue.

[il sito di fabrizio gabrielli]

 

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