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Due compagni PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianni Usai   
Martedì 06 Settembre 2011 00:00


Sergio allunga una mano verso Umberto che raccoglie l’invito e afferra il pezzo di caciotta. La tivù sul primo canale trasmette un gioco a premi dove i concorrenti non vincono quasi mai, però ci vanno molto vicini e per questo nessuno ci fa caso. Umberto porta sul piccolo tavolo una bottiglia di vino e due bicchieri di plastica. È sempre così, uno mette il formaggio, l’altro il vino, quel poco che si possono permettere qui dentro. Non parlano molto, il più delle volte si capiscono con un semplice cenno o con uno sguardo. Passando tanto tempo insieme l’economia di parole è indispensabile, evita la saturazione.
- Buono. È sempre il vino di tuo suocero?
- L’unica cosa che gli riesce bene.
Il concorrente di turno se ne torna a casa, manco a dirlo, senza un soldo. Sergio scuote la testa.
- Bisogna sapersi accontentare.
L’altro sorride.
- Vuoi dire che tu sei uno che si accontenterebbe? Faresti la sua stessa fine, ci scommetto.
- Perderesti. A me basterebbero i quattrini per rimanere a galla, non mi interessano i milioni. Troppi soldi è come non averne. Qualcosa da lasciare ai miei figli, questo sì, perché non siano costretti ad arrancare da subito come me.
Dalla finestra filtra l’imminenza di una notte che si annuncia tiepida e il suono confuso dell’infinita processione d’auto ai piedi della collina. Sergio respira profondo lasciandosi cadere sulla branda. Prende carta e penna e comincia a scrivere. E mentre scrive, parla.
- Questa sarà un’estate calda, lunga e calda.
- Che ne sai tu? Siamo solo ad aprile.
- Lo respiro nell’aria. Sono cresciuto in campagna, certe cose le sento e basta.
- Tuo padre non faceva il ferroviere?
Sergio legge lo scetticismo nello sguardo del compagno.
- Mio nonno era contadino, aveva anche qualche bestia. Andavo spesso in paese a dargli una mano.
- Perché non hai continuato l’attività del vecchio? È una bella vita quella.
- Volevo far crescere i ragazzi in città, dove avrebbero potuto studiare e avere le comodità a portata di mano. In mezzo alla gente civile.
Umberto riempie di nuovo i bicchieri e mette via la bottiglia prima di porgerne uno all’uomo sulla branda.
- Cosa fai, scrivi testamento?
- È una lettera.
- Una lettera? Non hai mai scritto a nessuno, credevo non ne fossi nemmeno capace.
- Sbagliavi, lo fai spesso. Sto scrivendo a mia moglie, voglio chiederle perdono.
- Perdono? Pazzo bastardo, tua moglie è morta. Le hai fracassato la testa con una mazza, tre anni fa. Ricordi? È per questo che ti hanno rinchiuso qui dentro.
I rumori della città scandiscono il progredire di una notte che non conosce silenzio. Adesso sono le automobili dei nottambuli alla ricerca di un posto dove dare un senso a giorni sempre troppo pieni o troppo vuoti. Poi verranno i camion della spazzatura, le sirene delle navi giù al porto che annunciano approdi e partenze, e finalmente i gabbiani che saluteranno l’arrivo del giorno, in attesa che gli studenti tornino a riempire le strade.
Queste finestre un tempo non lontano erano bocche di lupo, impedivano la vista del mondo e costringevano lo sguardo in alto, a rivolgersi al cielo. L’ingegno dell’uomo al servizio della giustizia, senza volerlo, aveva compiuto un gesto pietoso. Ci avrebbe pensato la clemenza umana a porre rimedio, e meno male che eliminare le sbarre a quel punto sembrava davvero troppo. Questo deve aver pensato Sergio, mentre attento a non svegliare il compagno legava il lenzuolo al ferro più alto e infilava la testa nel cappio. La lettera se l’è messa in tasca, che magari la giustizia è solo di questo mondo e dopo… dopo forse si può chiedere perdono.

 

 

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