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fragile non è il canto PDF Stampa E-mail
Scritto da Fabiano Alborghetti   
Martedì 18 Maggio 2010 00:00

Lorenzo Mari :: titolo della raccolta, Registro dei fragili, sembra giungere un po’ in ritardo, nel senso che poteva andare a pennello già per la tua raccolta precedente – un  lavoro profondamente segnato dalla metafora, ma anche dalla precisa osservazione sociologica della condizione reale, della “clandestinità”… Quel testo era invece uscito, nel 2006, per LietoColle, con un titolo affatto retorico, o indulgente, come L’opposta riva.
Perché allora esce adesso un “registro dei fragili”, quando la fragilità sociale non è più quella, evidente, dei migranti, bensì quella, prima di tutto  psicologica ed esistenziale, di una qualsiasi famiglia piccolo-borghese, assediata dai miti e dai riti della società dello spettacolo? Forse che il diffuso imborghesimento degli ultimi anni – almeno, degli ultimi anni prima della Crisi… – ha corrisposto a una generale, inarrestabile proletarizzazione rispetto al nostro immaginario culturale, annichilito dalle rappresentazioni mediatiche dominanti?

Fabiano Alborghetti :: Siamo in un periodo volgare e cialtrone, sia storico-politico che sociale e l’uno si sovrappone all’altro. Ed è in corso un imbarbarimento sempre più massiccio di cervelli ormai “lavati” dalla televisione.
La fragilità certamente – per accezione del termine – appartiene agli interi popoli transumanti in cerca di una salvezza e dei quali ho scritto ne L’opposta riva ma il senso stesso del viaggio, la capacità di reagire e scappare, mettersi in salvo, a qualunque costo (anche a scapito della vita) li rende degli eroi assoluti se confrontati con l’inerzia di chi è è sull’opposta riva, noi.
I migranti, reagiscono, muovono, sopravvivono. La fragilità vera è nostra, del popolo opulento e schiacciato al tempo stesso, sfruttato ma connivente. Il popolino che è felice per la Tv, il centro commerciale e le tette della velina; per la partita, per il digitale terrestre con “...mila” canali; per il cellulare nuovo disponibile ogni tre mesi, con la comunicazione totale via sms o internet che però non fa comunicare. La parola non serve più per comunicare ma per vendere o essere (ma è un essere altro, distante, immaginario, aderente o ancor peggio ricostruito sulla falsariga di ciò che è vincente e che cancellerà ciò che siamo).
Registro dei fragili, in parte, questo affronta, sbobinando la pellicola e cogliendo fotogrammi: mostrando in sequenza più quadri o più particolari della stessa immagine che si riassume in un io portato all’eccesso, ego come punto di preghiera e nuova religione, e pochi ne sono immuni.


Lorenzo Mari :: I 43 canti che compongono l’opera costituiscono, come osserva il poeta Fabio Pusterla nell’introduzione, “una Spoon River più  disperata, spigolosa, e tutta trasferita nel nostro presente dilaniato”. Nel libro, però, non è presente quella dimensione corale cui contribuiscono i vari personaggi che prendono la parola nell’opera di Edgar Lee Masters. Il  canto è quello, prima di tutto, di una famiglia lacerata da un evento tragico, evento che però il lettore, stretto tra il prima e il dopo, non arriva mai a conoscere del tutto – al pari di tutti noi spettatori, il lettore è solo un consumatore famelico, ma distratto, di cronaca nera… Si trova nella condizione di non poter sapere, o di essere totalmente condizionato, nella propria conoscenza, dal racconto giornalistico e televisivo. Ma allora questa Spoon River non funziona, non può funzionare? Il canto postumo, lasciato alla poesia, non può sovvertire il banale discorso del Reale affidato alla cronaca? La poesia ha abdicato definitivamente al sogno di dire la realtà con più precisione di altri linguaggi?

Fabiano Alborghetti :: La definizione di Spoon River trovo che sia più aderente a L’opposta riva, un libro che ricalca la composizione di Lee Master per l’idea compositiva anche se io traccio una Spoon river dei vivi, e dove le poesie sono ognuna un canto di vita e speranza per voce di una specifica persona.
In Registro dei fragili non è più una Spoon River che prende atto ma una serie di Canti per voce singola e non comunicante con le altre voci, Canti che cercano l’uno di soverchiare il successivo.
La prima e più estesa sezione si initola appunto “Quadri di un’esposizione”: muovendo da un fotogramma all’altro, come dicevo prima, e affrontando il quadro situazionale di cosa racchiude il fotogramma, piano piano si arriva all’insieme. Ma è un insieme frammentato, ancora una volta, non c’è un vero centro, è tutto una deriva (emotiva, fisica) se non per il fatto, l’omicidio del bambino appunto, che non è nemmeno un fatto che poi la famiglia stessa affronta ma che viene masticato, additato, consumato da chi è all’esterno, da chi si nutre – in quanto spettatore – della notizia.
Il lettore stesso del libro è portato a questo, ad essere un voyeur che “spia” nella vita altrui. La mia cronaca in poesia! che però funziona ed è più affilata, e ti spiego il perchè: resta. La televisione offre una cronaca fatta da barbagli al fosforo, un effetto stroboscopio che non permette il tempo perché esige un tempo ritmico, scandito e fitto. L’occhio e l’attenzione sono come in una sorta di coma farmacologico e al tempo stesso in iper-sollecitazione. C’è così tanto mostrato che tutto diventa invisibile, è massa di cose, informazioni e persone. La poesia non è una massa, è una singolarità, ed ecco perché fa più male: chiede attenzione e focalizza.
La cronaca offre il sorvolo ma la poesia scava, cerca, trova. E restituisce, soprattutto ciò che non si vuole
Non tutta la poesia, quindi, abdica il dire la realtà – e mi vengono in mente anche altri autori che muovono nella stessa direzione, quali Franzin per citarne uno su tutti.
La poesia non sarà una voce ascoltata da molti, ma sicuramente sarà resistente e scaverà, continuerà a scavare dove nessuno vuole.

 

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