Home [ modi verbosi ] [ del 2010 ] A domanda rispondono Falconi e Gabrielli
A domanda rispondono Falconi e Gabrielli PDF Stampa E-mail
Scritto da Antonio Tirelli   
Venerdì 26 Febbraio 2010 00:00

 

Antonio Tirelli :: Dimostrate di tenerci all'uso consapevole del linguaggio e di lavorare sulla forma dei vostri racconti. Chi ve lo fa fare? Non è più semplice assecondare il pubblico parlando come i concorrenti del grande fratello?

Dario Falconi :: Non so se sarebbe più semplice. Non c'ho mai provato. La risposta è celata nelle ragioni che muovono la mia indolente volontà di scrivere. La scrittura è il mio strumento di ribellione contro l'omologazione del pensiero. Attraverso il linguaggio c'è una domanda dilacerante di sottiglienza. Una sottesa ed estenuante richiesta di attenzione. Non arrendersi alla superficie ma inabissarsi. Il mio lettore ideale? Uno speleologo inarrendevole.

Fabrizio Gabrielli :: Bella domanda invero, quella del Tirelli, ma fallace nei presupposti. Anzi, doppiamente fallace.
In primis, perché spoglia il linguaggio utilizzato all'interno della casa di reclusione telemediatica d'ogni afflato sperimentalricercatorio. Non si faccia l'errore, non lo si faccia mai, di credere - ingenuamente - che dietro i codici linguistici ruffiani, sboccacciati, turpiloquio-aholici e rasentanti la blasfemia mediasettiani (così da includere anche un certo politichese easy, dalla giacchetta marinara a Porto Cervo, per intenderci) non si celi un sottile arrovellamento, tanto faticoso e proficuo quanto snervante, pari a quello dello scrittore o sedicente tale.
In secundis, perché verità vera è che, nel mio caso, ricercatezza formale, sperticante sperimentalismo e uso consapevole dello strumento lingua da una parte, e grettezza lessicale o espressiva dall'altra, non si autoescludono. Anzi, traggono reciprochevolmente linfa vitale.
Vedi Katacrash: i personaggi sono infottati con la doppia acca e per dialogare con se stessi e col mondo utilizzano la lingua che ci si aspetti utilizzino tre giovanotti infottati con la doppia acca. Non è allora possibile "elevare" quella lingua underground, con il suo slang, la sua lessicografia, la sua sintassi? Per dirla quasi con presunzione, non si può donarle dignità culturale e letteraria? Ce l'hanno fatta in Argentina col Lunfardo. Ce l'hanno fatta in Francia con certi argot. In Italia tutta una serie di penne, chenesò Nori o Benati, riprendono il filo quasi ininseguibile della lingua parlata. Allora si può, anzichenò.
Detto questo, chiuderei con un rotondo "ma che cazzo ho detto?". Sai, giusto per assecondare i palati meno fini.

 

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